
Il dibattito sulla crisi climatica sta vivendo un profondo cambio di paradigma. L’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali non rappresenta più soltanto una linea di difesa da non superare, ma un traguardo a cui fare ritorno. Come evidenziato dal Rapporto “Limiting Overshoot” del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), il temporaneo superamento (o overshoot) di questa soglia è ormai inevitabile nei prossimi anni sotto le attuali traiettorie emissive.
Comprendere questa nuova realtà è essenziale per ridefinire le strategie di pianificazione territoriale, la gestione dei servizi pubblici e gli investimenti infrastrutturali.
La traiettoria dell’overshoot: quattro fasi per un nuovo scenario climatico
Il riscaldamento globale ha ormai raggiunto circa 1,4°C, con un tasso di incremento di circa 0,25°C per decennio. Con emissioni globali da combustibili fossili e industria che nel 2024 hanno toccato il record di circa 40 Gt CO₂, il bilancio di carbonio residuo per mantenere una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1,5°C (circa 130 Gt CO₂ dal 2026) si esaurirà in soli tre anni. Anche ipotizzando la piena attuazione degli attuali impegni nazionali (NDC) e degli obiettivi net-zero, il picco previsto della temperatura si attesterà intorno a 1,8°C.
Questo percorso di “superamento, picco e declino” (overshoot, peak and decline) non è un evento isolato, bensì un processo strutturato in quattro fasi:
- Superamento (exceedance): la temperatura globale oltrepassa la soglia di 1,5°C.
- Plateau e picco (plateauing stage): il riscaldamento raggiunge il valore massimo al di sopra di 1,5°C, stabilizzandosi temporaneamente prima di iniziare a decrescere.
- Declino (decline stage): il periodo di progressivo raffreddamento indotto da emissioni nette negative globali.
- Stabilizzazione (stabilization stage): il traguardo a lungo termine in cui le temperature si stabilizzano nuovamente a un livello pari o inferiore a 1,5°C.
Gli esperti UNEP avvertono chiaramente: non esiste un livello di overshoot sicuro. Anche un superamento temporaneo amplificherà in modo non lineare eventi meteo estremi, perdite di biodiversità e rischi di instabilità della criosfera (come lo scioglimento dei ghiacciai montani, che rischiano di perdere oltre un quarto della loro massa entro il 2100, compromettendo permanentemente la disponibilità idrica locale).
L’interdipendenza tra mitigazione e adattamento: evitare la trappola dell'emergenza
Uno dei messaggi chiave del rapporto è che la mitigazione e l’adattamento sono indissolubilmente legati e devono avanzare in parallelo.
Se non si investe in un adattamento proattivo e trasformativo, l’intensificarsi degli impatti climatici costringerà i governi a deviare risorse finanziarie cruciali verso la gestione delle emergenze e la ricostruzione post-disastro. Questa continua deviazione di fondi finisce per drenare la capacità fiscale e istituzionale necessaria per sostenere la decarbonizzazione, innescando un circolo vizioso (feedback loop) che rischia di prolungare la durata e la severità dello stesso overshoot.
Allo stesso tempo, un adattamento inadeguato mette a rischio le stesse infrastrutture necessarie per la mitigazione (come reti energetiche e impianti di gestione rifiuti). L’adattamento deve quindi evolvere da una logica incrementale di “gestione del danno” a un approccio sistemico in grado di operare sotto shock climatici ripetuti, asimmetrici e non lineari.
I limiti reali della rimozione della CO₂ (CDR) e il ruolo strategico del metano
Per poter avviare la fase di declino delle temperature, la neutralità carbonica rappresenta solo una tappa intermedia. Sarà infatti necessario raggiungere e mantenere nel tempo emissioni nette negative di CO₂ su scala globale attraverso tecniche di rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera (CDR – Carbon Dioxide Removal). Tuttavia, il rapporto UNEP ridimensiona drasticamente le aspettative riposte su una facile discesa termica basata sulle tecnologie di rimozione:
- La lentezza intrinseca del raffreddamento: per ridurre la temperatura globale di appena 0,1°C è necessario rimuovere dall’atmosfera circa 220 Gt di CO₂ nette. Anche assumendo uno scenario ottimistico con 10 Gt di emissioni negative all’anno, ci vorrebbero circa cinquant’anni per annullare il riscaldamento accumulato in un decennio.
- I limiti e i conflitti d’uso del suolo: i metodi di CDR tradizionali (come la riforestazione) richiedono enormi superfici di suolo e risorse idriche. Senza una solida governance, la diffusione incontrollata di CDR biologico entrerà in diretta competizione con la sicurezza alimentare e la tutela della biodiversità, rischiando di generare esiti disadattivi (maladaptation) .
- La fragilità dei pozzi di assorbimento naturali: il riscaldamento globale stesso indebolisce la capacità della biosfera di trattenere il carbonio. Ondate di calore, siccità prolungate e incendi rischiano di trasformare foreste e suoli da assorbitori di CO₂ a sorgenti emissive nette, vanificando gli sforzi di rimozione.
In questo contesto, emerge con forza l’importanza delle misure rapide sui climalteranti a vita breve, in primis il metano (CH₄). Mentre l’abbattimento del metano derivante dalle fonti fossili presenta soluzioni a basso costo già implementabili, la gestione del metano residuo proveniente da rifiuti ed agricoltura rappresenta la vera frontiera tecnica del post-2050. Ridurre stabilmente le emissioni globali di metano di 60-70 milioni di tonnellate all’anno dopo il picco termico avrebbe un impatto sul raffreddamento globale, nei successivi 50-100 anni, equivalente all’assorbimento di ben 220 Gt di CO₂ (ovvero una diminuzione di 0,1°C), offrendo uno strumento essenziale e complementare per accorciare la durata dell’overshoot.
La reversibilità termica non è un ritorno al passato: l'eredità permanente dell'overshoot
Un errore comune di valutazione politica risiede nel considerare l’overshoot come un percorso simmetrico, ipotizzando che al diminuire delle temperature corrispondano un ripristino e una guarigione automatica degli ecosistemi e delle società. La fisica climatica dimostra invece una marcata isteresi (asimmetria di risposta): il viaggio di ritorno non ripercorre la stessa strada dell’andata.
Molti degli impatti innescati durante il superamento delle temperature saranno infatti irreversibili su scale temporali umane o secolari, indipendentemente dal successivo raffreddamento. Tra questi spiccano:
- L’innalzamento del livello dei mari: la fusione delle calotte glaciali e l’espansione termica degli oceani rispondono con forti ritardi temporali (ritardi secolari). Il livello marino continuerà a salire per centinaia di anni anche dopo il ritorno delle temperature a +1,5°C, minacciando ecosistemi e infrastrutture costiere.
- Perdite ecologiche definitive: l’estinzione di specie viventi, lo sbiancamento di massa e il collasso irreversibile delle barriere coralline tropicali (che hanno già subito bleaching per oltre l’80% tra il 2023 e il 2025) e la trasformazione strutturale di interi biomi non potranno essere sanati dal raffreddamento post-picco.
- Riorganizzazione sociale ed economica: le comunità reinsediate a causa dell’inabitabilità temporanea, i sistemi agricoli riconfigurati per resistere a temperature estreme e le reti infrastrutturali disallineate lasceranno in eredità debiti economici complessi che graveranno sulle generazioni future.
Le conclusioni per i decisori pubblici sono che il superamento della soglia di 1,5°C non deve tradursi in rassegnazione politica o disimpegno strategico, bensì in una rinnovata urgenza d’azione integrata. Per gli amministratori pubblici e i programmatori di servizi territoriali, la pianificazione non può più basarsi sull’assunzione di una stabilità climatica storica o di una variazione lineare e progressiva. Le reti idriche, i sistemi di trattamento e valorizzazione dei rifiuti, le difese del suolo e i piani regionali devono essere concepiti secondo criteri di flessibilità iterativa e con margini di sicurezza ampliati, pronti a operare in un contesto in continua evoluzione.
Ogni frazione di grado evitata nel picco termico e ogni anno in meno trascorso in fase di superamento riducono drasticamente l’esposizione ai rischi catastrofici, preservando la sostenibilità dei bilanci pubblici e dei servizi per le generazioni a venire.
di Riccardo Marchesi
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